Versodove 17: l’editoriale

dopo
di Stefano Semeraro

Ci abbiamo messo vent’anni, ma alla fine ci siamo arrivati. Felicemente zigzaganti, stabilmente nomadi, affannosamente posteri/postumi di noi stessi, a tratti assenti, complici di un ritardo congenito e comunque sempre a-venire. Obliqui perché le linee rette sono veloci, ma più noiose. Versodove? Ancora non lo sappiamo. La domanda rimane intatta, inevasa per statuto e carattere. In questo numero antologico e riassuntivo, visto che celebra anche la nascita – sempre provvisoria – di un sito internet dove è possibile consultare e scaricare tutti i numeri precedenti della rivista (www.versodoverivista.worldpress.it) il movimento sta anche nella geografia-geometria dei testi: basculante fra presente e passato, oscillante nelle pieghe del linguaggio.
Dopo l’ultima apparizione di due anni fa, dedicata al rifiuto, l’idea era quella di evadere dall’Italia e dalle discussioni balneari sulla rinascita-rimorte della poesia, sul destino-declino del romanzo, ma prevedibilmente (programmaticamente) non siamo riusciti a tenere fede fino in fondo a noi stessi. (sulla non-italianità; speriamo non sulla balnearità). Rimane però come costante l’idea di indagare e sbirciare oltre i confini e le dogane più o meno ideologiche e di clan, aprendo finestre su ciò che succede all’estero e superando certi steccati vetero-novecenteschi che ancora imperano nel dibattito nostrano. Il nostro bazaar è sempre aperto, non temiamo contaminazioni né impurità di tipo etnico, linguistico, stilistico. Chiamatela, se volete, una credibile incoerenza.
Comunque: in apertura trovate una folgorante intervista a Thomas Bern­hardt, tradotta per noi da Anna Ruchat che ci/vi parla da un altrove assoluto, quindi una intervista a Snježana Kordić sull’impurità salvifica della lingua, un’idea di Grexit poetica nelle parole di Nanos Valaoritis e poi, per inseguire e negare insieme una certa idea di Europa, il controcanto turco-tedesco di Zafer Şenocak. Quindi l’obliquità dell’identità nel romanzo di un improbabile e fascinoso meticciato siculo-maori tracciato da Piri Sciascia, professore a Wellington, il Collodi inatteso di Veronica Bonanni, che inizia a scolpire Pinocchio nel legno delle sue traduzioni dal francese; un fulminante Pound d’annata e il ruscelloso Baedecker per decifrare la letteratura romena degli ultimi decenni firmato da Dan Cepraga.
Un bazaar di idee, come si diceva, di possibili percorsi e intersezioni (presente/passato, salvezza/dannazione, purezza/impurità, identità/alterità) per affrontare coscientemente il caos che ci agita, per cercare di guardare senza paura quello che ci aspetta, ricordandoci le parole che ci disse, vent’anni fa, Roberto Roversi: “dopo la poesia, c’è solo la poesia”. In mezzo, dunque, molta poesia: Magrelli, Villalta, Marilena Renda, Rosaria Lo Russo, e tutti noi che siamo, eravamo, saremo Versodove, convocati in un serpente di versi e testi che ci porta esattamente qui: dove eravamo partiti, dove volevamo arrivare. E cioè dopo.


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