Archivi del mese: maggio 2020

Con puntuale ritardo e incredibile coerenza – nota su “o!h” di Andrea Raos

Con puntuale ritardo e incredibile coerenza.

Recensioni, note, appunti.
Brevi più o meno, in affanno, come sempre per «Versodove» in cui tutto si costruisce col rigore millimetrico di essere qui con “incredibile coerenza”, ma sempre “in ritardo”, dislocati innanzitutto rispetto a se stessi.
Ci proviamo a leggere, non solo in privato, ma rendendo conto in chiaro di quanto sopraggiunge nelle nostre mani di libri d’ogni fatta a cui vorremmo dare uno spazio seppur esile di risonanza. Un terzo tempo di incontro, di dialogo che resti segnato, detto trascritto. E nello stesso tempo un saluto, un congedo, un augurio.

La redazione


Fra i primi volumi della collana «Fuorimenu», brillantemente diretta da Andrea de Alberti, il volumetto di Raos è di sicuro fra le proposte poetiche più interessanti di questo 2020. In una quarantina di pagine l’autore dà prova delle sue qualità con una vertiginosa sequenza costruita con la sapienza di una lunga ricerca (i suoi esordi risalendo al Quinto quaderno italiano di poesia contemporanea e ad Àkusma) e con il rigore del traduttore (per esempio di Reznikoff) e dello studioso di letteratura giapponese classica.

Suddivisa in 4 movimenti, la scrittura prende le mosse da un dialogo con il poeta Giorgio Caproni, cui si rivolge esplicitamente l’incipit dei primi tre, per svilupparsi in effetti in un dialogo serrato con gli ipotesti scelti. La costruzione coesiva di parole affiorate dalla poesia di Caproni e di altre microcitazioni, nonché di reperti mnemonici di varia natura, attraverso un martellante ritmo quaternario trocaico, dispiegato graficamente sulla pagina in modo da rendere evidente la scansione ritmica, genera una originale prosodia sinestetica che sembra rimandare alla natura organica della percezione, dei processi cognitivi, quale si è vista per esempio in alcuni lavori di Fabio Orecchini: una meccanica, anzi dinamica, simile allo scorrere di proteine di segnalazione intracellulare. E come in Orecchini la tessitura disegna sismogrammi che contengono, embodied, le emozioni di qualcun altro cucite su una pelle sintetica, che potrebbe anche essere nostra.

Federico Francucci, nella breve nota critica che accompagna in quarta di copertina il testo, vi vede una funzione rituale, evocativa che, non a caso, apre la «cripta della memoria» e aiuta a trattare i pericolosi materiali contenuti. Un movimento verso-attraverso e in distanziamento/allontamento tanto dalla materia incandescente – dal «groviglio», dalle «lame» della nostra «autoinflitta / pagliacciata» – quanto dal vuoto che, come una dark energy, invade la cosmografia di questi nuclei ardenti (il cui nitore puntiforme ricorda a tratti quello di Vito Bonito) allontanandoli l’uno dall’altro con velocità inflazionaria verso il limite dell’entropia.

La forza pulsiva delle parole chiave diventa evidente nel poemetto finale, dove esse sono riprese col furore ossessivo della canzone sestina (forse memore proprio del recupero della canzone sestina che negli anni Ottanta fecero alcuni esponenti del Gruppo 93), arrivando addirittura a fondersi in nuclei sintagmatici. Affiora più nettamente a questo punto – dove il testo viene posto sotto la rubrica del segno matematico dell’infinito e dove una sorta di esergo liminare ci avverte «(e poi, da qui in avanti, / il paradiso)» – quella «voce altra rispetto all’io» che ha bel colto Francesca Matteoni nella sua presentazione radiofonica. I filamenti di galassie testuali così dispersi si accendono allora come costellazioni di neuroni specchio.

Antropologi come Matteo Meschiari chiedono oggi alla letteratura di costruire nuovi paesaggi per immaginare lo spazio fisico e mentale della nostra sopravvivenza. In un momento quindi in cui alla letteratura si chiede, dopo la riproduzione del trauma e dopo la sua assunzione a valore estetico, la capacità di gestione cognitiva del trauma, a mio giudizio Raos arriva a proporre ciò che gli studiosi di scienze cognitive definirebbero una delle forme meno ingenue e più potenti di embodied simulation, una piccola opera d’arte necessaria.

 

Vincenzo Bagnoli

 

raos 2

 

Immagine in evidenza tratta da: https://www.blonk.it/


Con puntuale ritardo e incredibile coerenza – nota su “Corpo finale” di Tiziana Cera Rosco

Con puntuale ritardo e incredibile coerenza.

Recensioni, note, appunti.
Brevi più o meno, in affanno, come sempre per «Versodove» in cui tutto si costruisce col rigore millimetrico di essere qui con “incredibile coerenza”, ma sempre “in ritardo”, dislocati innanzitutto rispetto a se stessi.
Ci proviamo a leggere, non solo in privato, ma rendendo conto in chiaro di quanto sopraggiunge nelle nostre mani di libri d’ogni fatta a cui vorremmo dare uno spazio seppur esile di risonanza. Un terzo tempo di incontro, di dialogo che resti segnato, detto trascritto. E nello stesso tempo un saluto, un congedo, un augurio.

La redazione


Immaginate di essere ai piedi di una grande montagna. Alta com’è, non credete che sarete mai in grado di scalarla. La illumina una strana luce; a un tratto ci siete dentro, camminate dentro di lei vedendo cose che non avete mai visto prima e che non capite. Non importa; siete in un libro di Tiziana Cera Rosco, che è appassionata di cose come I Ching, l’Artico, i rapaci e l’Islanda. Il libro che state leggendo, Corpo finale, non può essere letto come di solito si leggono i libri, è impossibile attraversarlo nella direzione tradizionale di inizio svolgimento fine e conseguente soddisfazione o insoddisfazione. Corpo finale non si legge, si consulta, si apre a caso come I Ching, la Bibbia o Amelia Rosselli per imbattersi in quei frammenti di mistero che spesso sono incastonati nella poesia; ma non in dosi così massicce, di solito. Corpo finale è l’incarnazione della donna che l’ha scritto e che l’ha traghettato nel tempo con tutti i pregi e difetti di cui è capace: uno sguardo fieramente cosmico, celeste, una totale e irragionevole dismisura, una straziante consapevolezza dei limiti del linguaggio e, al tempo stesso, nessuna voglia di arrendersi a questi limiti. Diceva Benveniste che esistono solo l’io e il tu: qui l’interpellanza, la forma della lettera, l’invocazione a Dio/Altro/Amato/Poeta/Presenza è lo strumento che riesce meglio di altri a dare conto del tentativo quasi tragico di raggiungere un’Alterità che vive in uno spazio di soglia disperatamente irraggiungibile. Tiziana a volte realizza delle performance in cui è in un bosco e sembra voglia scuoiarsi per raggiungere l’Altro che è in se stessa, oppure la Se stessa che è nell’altro. Oppure crea delle sculture che sono dei doppi del proprio viso, perché dimenticarsi è facile, e al tempo stesso sarebbe bello dimenticarsi a volte, sottrarsi peso e dolore, smarrire i confini che ci separano dagli animali. L’unico possibile incontro sarebbe riconoscerci, e una volta tanto essere all’altezza della nostra umanità, trovare il linguaggio che dica il mondo senza inganni e senza sforzo, ma sono tanti gli enigmi, e così fragile il corpo: “Senza domande si apre il bosco / E dice che c’è amore per me da quelle parti / C’è amore certo. / Sono stata triste mille anni prima di qui / Cercando di non sporgere l’aperto / Ma sto partendo perché c’è un amore certo / Per l’integrazione delle mie molte carni. / L’ho messo decisamente a fuoco / E il suo nome è Solitudine”.

 

Marilena Renda

 

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Immagine in evidenza di Tiziana Cera Rosco.


Con puntuale ritardo e incredibile coerenza – nota su “Le cose imperfette” di Gianni Montieri

Con puntuale ritardo e incredibile coerenza.

Recensioni, note, appunti.
Brevi più o meno, in affanno, come sempre per «Versodove» in cui tutto si costruisce col rigore millimetrico di essere qui con “incredibile coerenza”, ma sempre “in ritardo”, dislocati innanzitutto rispetto a se stessi.
Ci proviamo a leggere, non solo in privato, ma rendendo conto in chiaro di quanto sopraggiunge nelle nostre mani di libri d’ogni fatta a cui vorremmo dare uno spazio seppur esile di risonanza. Un terzo tempo di incontro, di dialogo che resti segnato, detto trascritto. E nello stesso tempo un saluto, un congedo, un augurio.

La redazione


Avremo cura delle cose imperfette.

Potrebbe iniziare così il tentativo di circoscrivere l’ultimo libro di Gianni Montieri. Se fosse possibile circoscrivere un libro letteralmente in movimento. Questo oscillar perpetuo, quasi da melancolico flaneur di spazi e tempi non ortogonali, se da un lato costruisce la topografia instabile di un cammino in cui la trama “si scuce”,  dall’altro si presenta come un ben calcolato dispositivo per decostruire o neutralizzare la frontalità dello sguardo, tanto quanto la centralità di un io che pure Montieri evoca come punto di partenza del libro e del suo fare poetico.

A ben guardare sin dall’inizio ci viene detto di “una pupilla” che spinge “sul retro della palpebra”, o  che “di schiena” si guarda “il mare grigio”, che il soggetto sta dietro o segue qualcun altro, che l’io “gira vorticosamente” come un “pulviscolo”, una “molecola”, che “stanno tutti di spalle / anche quelli non voltati” (quasi a rovesciare il Montale degli uomini che non si voltano?). A ben guardare, in questo disporsi a lato, a margine, c’è come “un vivere / in pena poco più che rasoterra”, in cui “alle mie spalle / non c’è più nessuno”. Che si tratti dei gesti più intimi o delle più stranianti apparizioni di cose, volti, nomi, luoghi.

Più che di un io, in Montieri,  trattasi di un “qualcuno”, “qualcuno”, “qualcuno” che anaforicamente e quasi ossessivamente occupa molti dei testi della seconda parte del libro, a rendere sempre più puntiforme quel presunto pronome di partenza a cui saggiamente non si arriva mai, se non per rovesciarne lo statuto pronominale e esistenziale nell’ “ognuno mancanza/ ognuno cosa perduta”.

Nel suo dare “con le parole” “i nomi alle cose” (così principiava Avremo cura, Zona, 2014), Gianni si tiene ben lontano dalla loro falsa amicizia che ci induce a credere che con le parole i fatti esistono o tornino ad esistere tal quali; le parole tendono trappole, inganni, stanno nei cedimenti, slittano. In questa luce, spesso un grigio, una penombra a ora incerta, un dentro-fuori sempre in bilico, tutto è appare minacciato, quanto più messo a fuoco: volti, figure, sentimenti, previsioni. Pure chi dice io, nel libro, balugina interstiziale nel fatuo fuoco di una smagliata percezione di sé e del mondo, là dove “la cosa uguale” è “già cambiata”.

E allora, andando un po’ a scorticare l’asciutta levigatezza dei versi, ci si accorge che ogni dire, pensare, vedere viene percepito di scorcio, di sbieco, da un qui e ora che pure sono là, allora o dopo ancora. I segni del presente altro non sono che il farsi e disfarsi dell’ordito, del conosciuto, del prestabilito. La contraddizione aperta attraverso cui l’inatteso si avvera, ci sposta, ci spezza. Sempre sulla soglia o dietro le spalle, sull’orlo di quanto accade o non accade.

In qualche modo la poesia non può non farsi carico delle lesioni del reale, delle crepe di uno sguardo che deve fronteggiare dolorosamente anche i vivi e i morti, quelli dei migranti ad esempio, “annegati a poche bracciate dalla riva” o trasfigurati – quasi riportandoci ai calchi di Pompei –  nella acqua-lava in cui “un corpo morto s’abbraccia a sua madre”. Nella stretta di questi versi, il dolore si fa più forte se poi si guarda a quelle poche bracciate che mancano la vita, mentre in un abbraccio due corpi si consegnano alla morte.

E dal mare alla marea il passo è breve. L’ultima sezione del libro, ancora forse nel rimando alla lava di Pompei, guarda Venezia e l’acqua che si ritira – lasciando cantare, a mo’ di ginestra leopardiana, “una scia di occhi, volti, mani, parole”. Come segni di vita, finiti eppure inestinguibili nel loro riapparire.

Forse in questo libro, con maggiore consapevolezza, Gianni sa che dare i nomi alle cose con le parole non vuol dire definire o possedere le cose medesime. Lo sa, sa che dare/dire non è che un esile approssimarsi all’altro e all’accadere. Che le cose imperfette sono poi in realtà le parole imperfette – di cui avere cura, proprio perché il loro aldiquà è l’unica feritoia da cui immaginare un qualsiasi possibile aldilà.

 

                                                                                                                   Vito M. Bonito

 

 

Gianni Montieri, Le cose imperfette, LiberAria editrice, 2019, pp. 95, 10 euro.

 

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Immagine in evidenza tratta da: https://www.poesiadelnostrotempo.it/


Con puntuale ritardo e incredibile coerenza – nota su “Tutto brucia e annuncia” di Matteo Ferretti

Con puntuale ritardo e incredibile coerenza.

Recensioni, note, appunti.
Brevi più o meno, in affanno, come sempre per «Versodove» in cui tutto si costruisce col rigore millimetrico di essere qui con “incredibile coerenza”, ma sempre “in ritardo”, dislocati innanzitutto rispetto a se stessi.
Ci proviamo a leggere, non solo in privato, ma rendendo conto in chiaro di quanto sopraggiunge nelle nostre mani di libri d’ogni fatta a cui vorremmo dare uno spazio seppur esile di risonanza. Un terzo tempo di incontro, di dialogo che resti segnato, detto trascritto. E nello stesso tempo un saluto, un congedo, un augurio.

La redazione


Di una potenza incisiva e geometrica, Tutto brucia e annuncia è la raccolta del meditato esordio di Matteo Ferretti (Correggio, 1979). Edito lo scorso anno da Casagrande, il volume si divide, calibratissimo, in tre sezioni di ugual numero di testi, apertamente richiamandosi nella struttura al grande archetipo dantesco.

Il libro si apre su L’odierna furia, sull’apocalisse contemporanea: gli attacchi terroristici, la strage di Capaci, i naufragi, il surriscaldamento globale. Infiammati i versi di Ferretti si avvicendano a ritmo serrato, delineando un drammatico scenario politico e sociale fatto di amianto, droni, grattacieli, «balconi sporchi e desolati»: il paesaggio di un’Antropocene che viene a noi, «gentile e inesorabile».

Visionarie le immagini tratteggiate dai versi (non a caso Fabio Pusterla, nella postfazione, cita Dylan Thomas), come anche quelle degli onirici disegni di Marino Neri che si alternano, lungo tutto il volume, ai testi di Ferretti, instaurando con essi un rapporto tutt’altro che illustrativo, ma dialogico, poietico.

La sezione centrale della raccolta lega alla dimensione storica e collettiva quella delle quotidiane Piccole ragioni che ci permettono di «arrivare fino a domani»: il ritmo rallenta, la voce si fa più intima e autobiografica, calandosi però allo stesso tempo nella dimensione mitica e rituale di un’umanità nomade e atavica. In questo paesaggio il poeta-sciamano muove con pazienza, senza enfatiche pretese, veglia «il respiro dei bambini» e custodisce «in pace nella notte / qualcosa di antico e nascosto».

La conclusione del percorso assume poi un respiro cosmico, all’insegna dell’Entanglement: misterioso fenomeno in base al quale due particelle inizialmente intrecciate risultano legate anche una volta separate da grandi distanze, per cui la modifica dello stato di una avrà un effetto immediato anche sull’altra. Sono le forme luminose di un «amore elementare» a prendere qui vita. Quelle di una forza «silenziosa, che non cura, / non pretende, non consola, / ma rallenta un fronte di fiamme se serve». Le forme di una bellezza «che resta nella somma / e nel cavo di una mano» e a cui «tutto si piegherà», in quella «docile sua furia» che ci permette di «vivere ancora / e ancora».

 

Noemi Nagy

 

Matteo FerrettiTutto brucia e annunciaIlustrazioni di Marino Neri, con una nota di Fabio Pusterla, Bellinzona, Casagrande, 2019.

 

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Immagine in evidenza tratta da: https://www.casadellaletteratura.ch/