Con puntuale ritardo e incredibile coerenza – nota su “o!h” di Andrea Raos

Con puntuale ritardo e incredibile coerenza.

Recensioni, note, appunti.
Brevi più o meno, in affanno, come sempre per «Versodove» in cui tutto si costruisce col rigore millimetrico di essere qui con “incredibile coerenza”, ma sempre “in ritardo”, dislocati innanzitutto rispetto a se stessi.
Ci proviamo a leggere, non solo in privato, ma rendendo conto in chiaro di quanto sopraggiunge nelle nostre mani di libri d’ogni fatta a cui vorremmo dare uno spazio seppur esile di risonanza. Un terzo tempo di incontro, di dialogo che resti segnato, detto trascritto. E nello stesso tempo un saluto, un congedo, un augurio.

La redazione


Fra i primi volumi della collana «Fuorimenu», brillantemente diretta da Andrea de Alberti, il volumetto di Raos è di sicuro fra le proposte poetiche più interessanti di questo 2020. In una quarantina di pagine l’autore dà prova delle sue qualità con una vertiginosa sequenza costruita con la sapienza di una lunga ricerca (i suoi esordi risalendo al Quinto quaderno italiano di poesia contemporanea e ad Àkusma) e con il rigore del traduttore (per esempio di Reznikoff) e dello studioso di letteratura giapponese classica.

Suddivisa in 4 movimenti, la scrittura prende le mosse da un dialogo con il poeta Giorgio Caproni, cui si rivolge esplicitamente l’incipit dei primi tre, per svilupparsi in effetti in un dialogo serrato con gli ipotesti scelti. La costruzione coesiva di parole affiorate dalla poesia di Caproni e di altre microcitazioni, nonché di reperti mnemonici di varia natura, attraverso un martellante ritmo quaternario trocaico, dispiegato graficamente sulla pagina in modo da rendere evidente la scansione ritmica, genera una originale prosodia sinestetica che sembra rimandare alla natura organica della percezione, dei processi cognitivi, quale si è vista per esempio in alcuni lavori di Fabio Orecchini: una meccanica, anzi dinamica, simile allo scorrere di proteine di segnalazione intracellulare. E come in Orecchini la tessitura disegna sismogrammi che contengono, embodied, le emozioni di qualcun altro cucite su una pelle sintetica, che potrebbe anche essere nostra.

Federico Francucci, nella breve nota critica che accompagna in quarta di copertina il testo, vi vede una funzione rituale, evocativa che, non a caso, apre la «cripta della memoria» e aiuta a trattare i pericolosi materiali contenuti. Un movimento verso-attraverso e in distanziamento/allontamento tanto dalla materia incandescente – dal «groviglio», dalle «lame» della nostra «autoinflitta / pagliacciata» – quanto dal vuoto che, come una dark energy, invade la cosmografia di questi nuclei ardenti (il cui nitore puntiforme ricorda a tratti quello di Vito Bonito) allontanandoli l’uno dall’altro con velocità inflazionaria verso il limite dell’entropia.

La forza pulsiva delle parole chiave diventa evidente nel poemetto finale, dove esse sono riprese col furore ossessivo della canzone sestina (forse memore proprio del recupero della canzone sestina che negli anni Ottanta fecero alcuni esponenti del Gruppo 93), arrivando addirittura a fondersi in nuclei sintagmatici. Affiora più nettamente a questo punto – dove il testo viene posto sotto la rubrica del segno matematico dell’infinito e dove una sorta di esergo liminare ci avverte «(e poi, da qui in avanti, / il paradiso)» – quella «voce altra rispetto all’io» che ha bel colto Francesca Matteoni nella sua presentazione radiofonica. I filamenti di galassie testuali così dispersi si accendono allora come costellazioni di neuroni specchio.

Antropologi come Matteo Meschiari chiedono oggi alla letteratura di costruire nuovi paesaggi per immaginare lo spazio fisico e mentale della nostra sopravvivenza. In un momento quindi in cui alla letteratura si chiede, dopo la riproduzione del trauma e dopo la sua assunzione a valore estetico, la capacità di gestione cognitiva del trauma, a mio giudizio Raos arriva a proporre ciò che gli studiosi di scienze cognitive definirebbero una delle forme meno ingenue e più potenti di embodied simulation, una piccola opera d’arte necessaria.

 

Vincenzo Bagnoli

 

raos 2

 

Immagine in evidenza tratta da: https://www.blonk.it/


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