Archivio dell'autore: vincenzobagnoli

In anteprima – L’editoriale del n. 18

FAGLIE
di Stefano Semeraro

Questo numero di “Versodove” esce dalla tipografia in giornate dolorose e rabbiose, nelle quali la sepoltura dei morti del terremoto sull’’Appennino si sovrappone alle prime istanze, alle prime idee di ricostruzione. Con il timore di farlo di nuovo in maniera sbagliata, in luoghi inadatti, con materiali insufficienti. Si ricostruisce sempre e comunque sopra e dopo un disastro, veloce o lento che sia, nello stacco che si apre fra tempo geologico e cinematica della catastrofe.
La parola che la nostra generazione e quelle successive hanno imparato a ascoltare con sospetto, dal Belice al Friuli, dall’Irpina all’Emilia Romagna all’Aquila, ma anche nella finzione parascientifica di certi film catastrofici americani, è: faglia. Il punto di discontinuità, il confine lungo il quale si separano e si contorcono parti diverse di una stessa crisi, di un movimento comune. È stato pensando al terremoto, al suo rituale di sofferenza che abbiamo capito che anche le prossime pagine si agitano su una faglia incerta, in perenne definizione, pronta a divaricare le nostre opinioni con percorsi che occupano secoli o secondi a separarsi o a inabissarsi l’uno sotto l’altro, l’uno dentro l’altro. È la faglia del linguaggio, anzi dei linguaggi, che insieme definiscono e faticano a fare presa sul terreno su cui sono depositati, stratificati. Il linguaggio critico che decenni fa pareva più o meno solidamente fondato, e che da tempo – ce ne parla Cecilia Bello in una lunga intervista che vorremmo fosse la prima a studiosi che come lei sperimentano lo iato fra accademia e militanza – sta sprofondando in un bradisismo silenzioso, grazie alle opposte e parallele tellurie di internet e del marketing editoriale. Il destino dell’urbanistica, le alienazioni della Archiscultura, di cui parla Antonio Clemente, più che una faccenda di fogli di progettazione sono questione lessicale, di parole che vengono prima, pre-vedono il disegno. I terremoti che sconvolgono chi si occupa di questi argomenti sono per fortuna sintattici, non apocalittici, ma è comunque difficile, impossibile ricostruire un’idea di nazione, di convivenza civile, senza interrogarsi senza ingenuità – criticamente – su cosa significano le parole che pronunciamo e leggiamo. Su come possono essere descritti, quindi compresi, i tempi che viviamo. In apertura trovate un testo feroce e splendido di Heiner Müller, magistralmente introdotto da Anna Ruchat, che vive proprio sulla faglia fra epoche e utopie diverse, diversamente terrorizzanti, che si trasformano in un cataclisma dell’idea di paternità – reale e ideale. In chiusura abbiamo collocato un testo provocatorio, ironico e profondo come quello di Jonny Costantino, che sfida la categoria scivolosissima del politicamente corretto per parlare dei generi e insieme del gender in letteratura.
Ma quasi tutti i testi che presentiamo in questo numero, dalle poesie (Nadiani, De Alberti, Schiavone, De Marco, Munaro, Debiase) alle traduzioni (Dimitriadis, Roubaud, Ivanescu, Siméon), ai testi in prosa (Fiorletta, Venerandi, Thies) ci parlano comunque in equilibrio da questa faglia che ci percorre ogni giorno, che ci smonta e ci ricostruisce. E di come si debba sempre partire/ripartire da un rottame, da un dettaglio, per farsi un’idea meno piatta del mondo, ce lo spiegano anche i testi di Klaus Johannes Thies, eroe frammentario tradotto (e introdotto) per noi dall’’amico Giovanni Nadiani, poeta, traduttore, fondatore di una rivista fondamentale come “Tratti”. Con Giovanni abbiamo dialogato spesso in questi venti anni, e avremmo voluto continuare a farlo ancora a lungo. Ce l’ha rubato ad agosto una faglia oscura, definitiva, come era accaduto improvvisamente un anno fa con Guido Leotta, altra anima di “Tratti”, e da pochissimi giorni con Tommaso Labranca, ironico e lucido saggista del trash. Ma anche da quel territorio scosceso e impenetrabile arriva il suono luminoso della sua, della loro intelligenza. Di una visione e acutezza critica che sapeva, fra i mille crolli del quotidiano, addomesticare la crisi proprio guardandola senza paura.

PS: Un grazie particolare per questo numero va a Melchiorre Di Giacomo, grande amico e fotografo italoamericano i cui lavori sono stati esposti anche al MoMa di New York. A chi volesse approfondire la conoscenza del suo lavoro suggeriamo il link del suo sito internet http://meldigiacomo.photoshelter.com/


Versodove torna a Pordenonelegge!

Sabato 17 settembre ore 11, Libreria della poesia

Presentazione del n. 18 di Versodove

con Vito Bonito, Antonio Alberto Clemente, Fabrizio Lombardo, Vittoriano Masciullo, Stefano Semeraro

http://www.pordenonelegge.it/festival/edizione-2016/eventi/1266-Versodove?


Sommario del numero 18 – settembre 2016

In apertura:
Heiner Müller, IL PADRE
Anna Ruchat, HEINER MÜLLER: QUANDO NELLO SPECCHIO COMPARE L’’IMMAGINE DEL NEMICO

In/contro:
Intervista a Cecilia Bello Minciacchi, CRITICA E CRISI

In pratica Poesia:
Giovanni Nadiani, Da “A SGUMBËLA”
Daniele Serafini, RICORDO DI GIOVANNI NADIANI
Andrea De Alberti, SIMULAZIONE VUOTA
Ivan Schiavone, Da “ATLANTE”
Igor De Marchi, FORTUNE (SUPPLEMENTO)
Marco Munaro, POLITTICO PER UNA CITTÀ
Serena Dibiase, DA “SECONDA LUCE”

Tradurre:
Manuela Pasquini, DIMITRIS DIMITRIADIS
Domenico Brancale, JACQUES ROUBAUD
Federico Donatiello, MIRCEA IVANESCU
Maria Luisa Vezzali, JEAN-PIERRE SIMÉON

Odio l’’estate di Vito Bonito
CADRANNO MILLE PETALI DI ROSE

In pratica Narrativa:
Francesca Fiorletta, VISITE DI CORTESIA
Fabrizio Venerandi, AL COMANDO DEL MIO UFO FRISBEE DI PLASTICA
Klaus Johannes Thies, CANTO PER UN ARBUSTO SOLITARIO. MINIATURE

In teoria Narrativa:
Giovanni Nadiani, ALLA FINESTRA IN ATTESA DEL PROPRIO TURNO

Altrove:
Antonio Alberto Clemente, IL DISORDINE DEL DISCORSO URBANISTICO

Perversioni:
Jonny Costantino, FROCIONI E MASCHIONI


In uscita Versodove 18!

In anteprima:

a Bologna, sabato 10 settembre alle 18,

cortile del Melograno, Festa di via Broccaindosso

a Pordenone, sabato 17 settembre alle 11,

Libreria della poesia, pordenonelegge

 

versodove 18 COPERTINA


Versodove su Alfabeta2

Dicono di noi:

Alfabeta2

http://www.alfabeta2.it/2016/01/23/10814/


Versodove 17: l’editoriale

dopo
di Stefano Semeraro

Ci abbiamo messo vent’anni, ma alla fine ci siamo arrivati. Felicemente zigzaganti, stabilmente nomadi, affannosamente posteri/postumi di noi stessi, a tratti assenti, complici di un ritardo congenito e comunque sempre a-venire. Obliqui perché le linee rette sono veloci, ma più noiose. Versodove? Ancora non lo sappiamo. La domanda rimane intatta, inevasa per statuto e carattere. In questo numero antologico e riassuntivo, visto che celebra anche la nascita – sempre provvisoria – di un sito internet dove è possibile consultare e scaricare tutti i numeri precedenti della rivista (www.versodoverivista.worldpress.it) il movimento sta anche nella geografia-geometria dei testi: basculante fra presente e passato, oscillante nelle pieghe del linguaggio.
Dopo l’ultima apparizione di due anni fa, dedicata al rifiuto, l’idea era quella di evadere dall’Italia e dalle discussioni balneari sulla rinascita-rimorte della poesia, sul destino-declino del romanzo, ma prevedibilmente (programmaticamente) non siamo riusciti a tenere fede fino in fondo a noi stessi. (sulla non-italianità; speriamo non sulla balnearità). Rimane però come costante l’idea di indagare e sbirciare oltre i confini e le dogane più o meno ideologiche e di clan, aprendo finestre su ciò che succede all’estero e superando certi steccati vetero-novecenteschi che ancora imperano nel dibattito nostrano. Il nostro bazaar è sempre aperto, non temiamo contaminazioni né impurità di tipo etnico, linguistico, stilistico. Chiamatela, se volete, una credibile incoerenza.
Comunque: in apertura trovate una folgorante intervista a Thomas Bern­hardt, tradotta per noi da Anna Ruchat che ci/vi parla da un altrove assoluto, quindi una intervista a Snježana Kordić sull’impurità salvifica della lingua, un’idea di Grexit poetica nelle parole di Nanos Valaoritis e poi, per inseguire e negare insieme una certa idea di Europa, il controcanto turco-tedesco di Zafer Şenocak. Quindi l’obliquità dell’identità nel romanzo di un improbabile e fascinoso meticciato siculo-maori tracciato da Piri Sciascia, professore a Wellington, il Collodi inatteso di Veronica Bonanni, che inizia a scolpire Pinocchio nel legno delle sue traduzioni dal francese; un fulminante Pound d’annata e il ruscelloso Baedecker per decifrare la letteratura romena degli ultimi decenni firmato da Dan Cepraga.
Un bazaar di idee, come si diceva, di possibili percorsi e intersezioni (presente/passato, salvezza/dannazione, purezza/impurità, identità/alterità) per affrontare coscientemente il caos che ci agita, per cercare di guardare senza paura quello che ci aspetta, ricordandoci le parole che ci disse, vent’anni fa, Roberto Roversi: “dopo la poesia, c’è solo la poesia”. In mezzo, dunque, molta poesia: Magrelli, Villalta, Marilena Renda, Rosaria Lo Russo, e tutti noi che siamo, eravamo, saremo Versodove, convocati in un serpente di versi e testi che ci porta esattamente qui: dove eravamo partiti, dove volevamo arrivare. E cioè dopo.


Versodove a Pordenonelegge

Sabato 19 settembre ore 11, Libreria della poesia

Presentazione del n. 17 di Versodove – vent’anni dopo…

con Vincenzo Bagnoli, Vito Bonito, Fabrizio Lombardo, Vittoriano Masciullo

e

in collegamento da Londra

Stefano Semeraro


Versodove 17

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